The division 2

Sono passati quasi tre anni esatti da quel primo contatto con la fredda e tagliente New York: il giusto tempo che è servito per ricostruire gli aspetti piu fragili di uno sparatutto in terza persona con una vocazione marcatamente multiplayer che, come la Manhattan piegata dal Veleno Verde, era diventato lo spettro di sé stesso, impalpabile sotto la coltre nebbiosa di buone idee ma poca sostanza.

Questo rigenerato sentimento di speranza, la sprezzante audacia che prima sembrava assopita dal vittimismo e il saldo senso di fortitudine, sono minati dalla costante precarietà, dagli istinti più viscerali di sopravvivenza e dalle minacce più insidiose che si camuffano da gruppi di uomini all’apparenza come noi ma che prosperano dove fiutano i segni del cedimento. La capitale, Washington D.C., è a un passo dal collasso. Un simbolo del potere che nella sua storia ha superato diversi attacchi e tentativi di messa in ginocchio e che nella fantapolitica di The Division si affida agli agenti della Divisione per essere difeso.La dotazione del nostro agente per affrontare le varie fazioni in gioco si è arricchita del lanciatore chimico che va a unirsi al drone, alla mina a ricerca e alla torretta già presenti nella precedente fase di test. Anche in questo caso non erano disponibili tutte le varianti e abbiamo potuto provare soltanto la schiuma antisommossa che blocca momentaneamente il bersaglio e il gas incendiario che prende fuoco quando si spara, lasciando fuori da ogni analisi la bombola ossidatrice con gas corrosivo e la bombola di tonico capace di riparare e fortificare lo scudo di un alleato. Illanciatore chimico è un ottima scelta e anche in questo caso c’è la possibilità di focalizzarsi su abilità di supporto e cura; bisognerà vedere come tutte le opzioni di supporto si comporteranno una volta combinate con le abilità di altri agenti. Il rischio è che la tattica e le coperture vengano ignorate in favore di un approccio più diretto reso meno punitivo dall’aiuto di molti gadget che favoriscono il recupero di salute e armatura. La liberta di personalizzazione da anche dei vantaggi: un elenco di bonus passivi sbloccabili senza un ordine preciso e attivabili grazie alle risorse Shade ottenibili da missioni e casse segnalate sulla mappa di gioco. Tra la possibilità di equipaggiare una seconda abilità, ottenere più xp dalle uccisioni precise o aumentare la capacità dell’inventario ci sono anche le mod. Nella nuova incarnazione della Divisione le mod delle armi non appaiono più come pezzi raccolti alla rinfusa, ma ora sono più facilmente individuabili e legati anche al soddisfacimento di alcune attività secondarie: completare i progetti non solo permette agli avamposti di prosperare, ma ci dà accesso anche a ricompense per far progredire il nostro personaggio. The division 2 si smarcano potenziamenti per ogni quartieri e delle tecnologie, e sembra voler restituire un senso di maggiore coesione tra tutte le attività proposte. Missioni principali, secondarie, avamposti e insediamenti sono il tessuto connettivo che tiene insieme l’esperienza PvE.

JUMP FORCE: bello solo per gli appassionati ?

Non è la prima volta che gli universi dei manga pubblicati sul settimanale nipponico Shoen Jump collidono nello stesso videogioco: tutto è iniziato nel 2005 con Jump Super Stars e in seguito Jump Ultimate Stars su Nintendo DS, ma poi qualche anno fa c’è stato anche J-Stars Victory VS per PlayStation 3, PlayStation Vita e PlayStation 4. Non c’è nulla di straordinario in Jumo Force, sotto questo aspetto, sicché lo sviluppatore Spike Chunsoft e il publisher Bandai Namco hanno ben pensato di festeggiare il cinquantesimo compleanno della famosa rivista con un escamotage ai limiti del pazzesco: hanno fatto scontrare i protagonisti e i villain più famosi dei manga nel nostro mondo. Una scelta curiosa, azzardata e ampiamente dibattuta che, a conti fatti, è forse anche quella più trascurabile nell’enorme pasticcio che è questo picchiaduro. La storia, infatti, è divisa in vari capitoli, scanditi a loro volta dalle missioni chiave che è possibile accettare agli appositi banconi: inizialmente dovremo reclutare i vari componenti della Jump Force, e per farlo dovremo sconfiggerli mentre sono posseduti dai cubi umbras, ma poi ci toccherà affrontare i vari nemici in compagnia dei nostri beniamini. La campagna è piuttosto lunga ma tende a diventare ripetitiva alla svelta, impostando raramente scontri interessanti. La colpa ovviamente è della sceneggiatura banalissima che mette insieme buoni e cattivi senza curarsi particolarmente dei loro rapporti: è chiaro che Bandai Namco si sta rivolgendo a un pubblico di appassionati che gongolerà anche soltanto nel vedere Goku, Naruto e Rufy fianco a fianco, ma sarebbe stato piu bella una trama più articolata e magari un maggior numero di citazioni. In combattimento, nelle mappe deserte ma ricche di particolari, la velocità degli scambi di colpi, tra esplosioni e scintille che volano da ogni parte, impedisce che uno sguardo meno attento noti le animazioni a scatti e le collisioni imprecise: lo schermo si riempie di effetti grafici, lampi di luce e scariche elettriche ogni volta che si tira un pugno, mentre un blur eccessivo sfoca l’immagine. La scena è ripresa dalla telecamera alle spalle del giocatore: Jump Force è un arena brawler, un picchiaduro in terza persona che consente di spostarsi liberamente per il terreno di scontro, ma che al contempo impedisce di calcolare con precisione le distanze e di vedere bene il nemico quando si inanella una catena di attacchi. La parola d’ordine è spettacolo e, in questo senso, Spike Chunsoft ha svolto un ottimo lavoro. Gli attacchi speciali più famosi sono estremamente coreografici e ricalcano con attenzione le fonti originali, siano esse cartacee o animate.

Quindi in conclusione possiamo dire che jump force non ha conquistato molto. Per gli appassionati è un bel gioco ma solo per la possibilità di giocare con i personaggi preferiti, ma dal punto di vista tecnico gli sviluppatori non si sono dati tanto da fare.

APEX O FORTNITE?

In questi ultimi giorni è uscito un nuovo battle royale che sta dando del fio da torcere a Fortnite.

Gi sviluppatori di Apex hanno puntato a battere il colosso di fortnite proponendo delle novita che vanno in contrasto ad esso.

La prima grande differenza sta nel metodo di gioco, infatti apex è un fps mentre Fortnite è in terza persona . Un’ altra differenza sono i numero di giocatori dentro la partita infatti in apex c’è ne sono soltanto 60, molti meno dei giocatori di fortnite.

Attualmente su apex c’è solo la possibilità di giocare a squadre da 3 ma in futuro si potrà giocare anche in singolo e a coppie.

Su apex manca una cosa che ha caratterizzato molto il rivale: le costuzioni. Infatti il successo di Fortnite sta nella possibilità di creare la propria battaglia costruendo per vincere la battaglia.

Un’ altra cosa molto diversa è la presenza di personaggi su Apex che conferiscono vantaggi al giocatore.

Su apex c’è la possibilità di equipaggiare mirini, silenziatori, calci… Le armi sono ispirate tutte alla realtà ma con qualche modifica.

L’ultima differenza sostanziale tra Apex Legends e Fortnite riguarda l’approccio alle partite. Fortnite permette infatti di sfidare gli altri 99 concorrenti in solitaria, oppure in squadre da due, quattro o persino 50 giocatori. Apex Legends spinge invece per l’approccio cooperativo, mettendo in campo 20 squadre da 3 giocatori. I sessanta partecipanti sono così costretti a collaborare continuamente e a scegliere la propria Leggenda anche in base alle esigenze del team. Ma non è finita qui. Infatti, sebbene in entrambi i giochi si possa essere salvati dai compagni prima di venire uccisi, in Apex persino la morte può non essere permanente. Portando la targhetta di un alleato caduto presso uno dei punti di respawn della mappa, questo potrà tornare in battaglia, anche se non avrà più l’equipaggiamento faticosamente ottenuto fino a quel momento. Si tratta di una caratteristica unica, che rende Apex Legends diverso non solo da Fortnite, ma anche da qualsiasi altro battle royale in circolazione.

Anthem: la EA si è superata?

In un mercato colmo di prodotti appartenenti al genere, che poco sono stati in grado di innovare e che non hanno saputo convincere quasi mai appieno il proprio pubblico, EA tenta il colpaccio, affidando il proprio loot shooter ad un team in forte crisi, ma dall’innegabile talento. Non tutto è andato come doveva e, ben più importante, nessun gioco appartenente a questa schiera può dirsi completo e rifinito al suo arrivo sul mercato. Sono tante le motivazioni che ci hanno portati alla votazione a fondo recensione , che resta contestualizzata a questo preciso momento di Anthem, sul quale non smetteremo di lavorare per farvi sapere se diverrà ciò che indubbiamente può essere.A differenza di ciò che spesso accade in epopee di queste genere, e che la stessa BioWare fece con il suo intramontabile Mass Effect, Anthem non mette sul piatto una storia multiplanetaria, limitandosi a raccontare un futuro che, a grandi linee, richiama quanto già fatto anche da Guerrilla con Horizon: Zero Dawn. Seppure non si nomina mai la Terra, appellandosi alla regione come Bastion , l’obiettivo è quello di narrare una storia ambientata in un remoto futuro nel quale l’uomo ha mantenuto una base culturale e sociale vicina a quella tribale, ma con innesti tecnologici incredibilmente avanzati. In questo ambiente si sviluppa una trama tutt’altro che abbozzata, fatta di figure antiche e imperscrutabili come i “Creatori”: un’antica razza di esseri che hanno lasciato dietro di loro una quantità quasi infinita di manufatti in grado di generare mostruosità di ogni genere. Nel corso della campagna , che vanta una durata variabile tra le quindici e le quaranta ore (in base al vostro approfondimento dei rapporti con i vari personaggi non giocanti), siamo chiamati ad impersonare uno specialista lanciere. Questi individui rappresentano l’ultimo baluardo dell’umanità chiamato a difendere la propria terra dal lascito dei nostri avi. Per fare questo vengono in loro soccorso i Jevelin , esoscheletri avanzati e di varia natura, capaci di trasformare i lancieri in vere e proprie macchine da guerra. Subito dopo un prologo ben riuscito e utile anche a scegliere il sesso e i tratti generali del nostro alter ego, il resto della personalizzazione estetica è legata a doppia mandata a queste armature in grado di volare per i cieli di Bastion.Con buona pace di tutte le chiacchiere inutili legate al presunto downgrade che, seppur presente come accade rispetto a qualsiasi titolo dal momento della presentazione al suo effettivo rilascio, non ha allontanato il gioco da un’eccellenza inarrivabile da qualsiasi altro diretto concorrente. Si potrebbe discutere su una componente artistica non sempre ispirata e che lascia il tempo che trova nella complessità della flora e della fauna di Bastion, ma nulla di tutto ciò va ad inficiare su una potenza visiva a tratti disarmante, che trova nella possibilità di volare per le sconfinate mappe del gioco il suo elemento più accattivante.

2018, un anno da cui partire.

Nel 2018 abbiamo avuto, nel campo videoludico, una grande evoluzione.

L’anno è iniziato molto bene con l’uscita di un gioco a scelte multiple che ha rivoluzionato il suo campo: Detroit Become Uman. Lo stesso ha dato la possibilità ai giocatori di poter creare la propria storia scegliendo tra varie risposte che influenzano in qualche modo il finale. Fino ad allora questo tipo di gioco non era ancora stato esplorato nel dettaglio, ma adesso con l’uscita di Detroit molte case videoludiche si stanno dando da fare per provare a tirare fuori un gioco che possa far vendere come Detroit.

Il secondo gioco di cui voglio parlare è Spider-man.

Il gioco, che è uscito in esclusiva per Playstation, ha fatto molto bene pur non essendo stato pubblicato sulla piattaforma migliore. Il gioco, prima dell’uscita, aveva molte aspettative che sono state mantenute, anzi alcune sono state superate di gran lunga. Il gioco, che è un picchiaduro free roaming, offre una bellissima ambientazione di New York e una straordinaria trama di cui Peter Parker e Spider-Man sono i protagonisti. Però quanto detto non è ciò che ha colpito di più. Infatti è stato sviluppato in modo impeccabile sul combattimento e i movimenti sono come quelli reali con un pizzico di “leggerezza” portata dall’ironia del protagonista.

Il terzo gioco è Read dead redemption 2 (rdr2).

Pubblicato dalla Rockstar games dopo 8 anni dal primo capitolo, è un gioco di cui molti ne hanno parlato in modo positivo.

L’unico problema è che per ora non è stato pubblicato su pc e quindi non si può vedere la vera potenzialità della grafica. Rdr 2 è un open world ambientato nell’ America dell’ inizio 1900. Con rdr 2 si può visitare una delle mappe più grandi degli ultimi anni e c’è la possibilità di poter interagire con qualsiasi persona presente nel gioco. Rdr 2 è diventato famoso perché per ogni scelta fatta, avremo delle conseguenze. Ad esempio le prestazioni del protagonista variano in base all’abbigliamento, all’alimentazione o l’atteggiamento usato verso le comparse del gioco.

Quest’anno I giochi usciti sono stati molti e tutti, nel loro piccolo, hanno reso bene. A perer mio questi videogiochi trattati sono stati i più validi e quelli che hanno portato più novità e che dovranno trainare i giochi futuri.